
Progetti di
Natela Grigalashvili, Francesco Giusti, Peter Holliday
A cura di
Steve Bisson
Opening
Venerdì 13 febbraio, ore 21:00
Orari
Domenica 16:30–19:30
Chiuso il 5 aprile (Pasqua)
Il 13 febbraio 2026, alle ore 21, presso Lab27, Treviso, inaugura la mostra "Non c’è due senza tre", nata da un’indagine sul ritratto e, più in generale, sulla rappresentazione figurativa come pretesto per raccontare i luoghi. Fin dal titolo si introduce un attenzione all’immagine intesa come dispositivo di relazione: tra individuo e spazio, tra corpo e territorio, tra memoria e presente. Questa consapevolezza affonda le proprie radici nella storia delle arti visive occidentali, dove la figurazione ha introdotto un modo nuovo di rappresentare il mondo: più realistico, più corporeo, più emotivo e legato all’esperienza dello spettatore, di chi guarda. Nei lavori esposti di Natela Grigalashvili, Francesco Giusti e Peter Holliday, il luogo non è mai un semplice sfondo, ma prende forma attraverso ciò che il volto, il gesto, la postura, il ricordo e persino l’assenza evocano.

Natela Grigalashvili

Natela Grigalashvili
Nelle fotografie di Natela Grigalashvili, tratte dalle serie "Book of My Mother" e "Village of the Mice", il territorio montano della Georgia emerge attraverso scene di vita quotidiana e familiari, osservate con uno sguardo intimo e partecipe. Tagveti — conosciuto come Village of the Mice — è il villaggio in cui l’autrice è cresciuta e che ha lasciato all’età di sedici anni per studiare a Tsiblisi. Nonostante viva in città da oltre trent’anni, Grigalashvili ha continuato da allora a tornare fotograficamente su quei luoghi per restituirci un mondo fatto di gesti semplici, relazioni profonde e spazi abitati con naturalezza, dove il paesaggio non è mai separato dalle persone che lo vivono. Il lavoro di Grigalashvili intreccia affetto, testimonianza e consapevolezza storica, restituendo la fragilità della comunità di appartenenza. In questo modo, il ritratto si fa atto di cura e di conservazione, trattenendo ciò che il tempo e le trasformazioni rischiano di cancellare. Compreso quello con la madre, Keto, fatto di una distanza non solo geografica. "Mi ci sono voluti anni per superare l’offesa e accettare la realtà. Anni per capire che, sotto molti aspetti, ci somigliamo. So che ora, dopo così tanto tempo, anche mia madre pensa che io sia una figlia indifferente. E non riesco a dirle quanto l’ho sempre amata, quanto ho sempre desiderato che fosse felice e quanto avrei voluto sentire di essere qualcuno che lei amava."

Francesco Giusti

Francesco Giusti
Nel lavoro tutt’ora in corso di Francesco Giusti, raccolto nel progetto "Grand Rue", il ritratto è il mezzo per avvicinare Port-au-Prince, seguendo il tracciato della grande arteria che corre lungo il porto e attraversa l’intera città. La Grand Rue è il centro commerciale ed economico della capitale haitiana, il suo cuore pulsante, dove la vita si manifesta senza interruzioni dall’alba fino a notte fonda. Attraverso i volti, i corpi e le presenze che incontra lungo questa strada, Giusti costruisce un racconto in cui il luogo emerge come esperienza vissuta, fatta di lotta quotidiana, relazioni, resistenza e dignità. Realizzato nel corso di diversi viaggi tra il 2004 e il 2005, durante il bicentenario dell’indipendenza di Haiti segnato da violenze diffuse, e tra il 2010 e il 2011, durante e dopo il devastante terremoto, Grand Rue è una strada in cui si intrecciano l’umano e l’urbano, ma anche il teatro di una lotta che ha radici nelle ombre di un lungo passato di sfruttamento coloniale — ancora riconoscibile nella toponomastica dei quartieri Bel Air, Champ de Mars, Cité l’Eternelle, Cité Soleil — e dell’intervento imperialista statunitense, che ha lasciato sul campo cronica instabilità politica, fragilità economiche e divisioni sociali. I volti di Giusti sono immersi in tale contesto e, eppure, in essi è visibile la forza, la resilienza e la grazia del popolo haitiano.

Peter Holliday
In Peter Holliday, il ritratto si dissolve progressivamente fino a farsi traccia nel paesaggio. Le immagini in mostra provengono da una serie di lavori realizzati negli ultimi anni in diverse regioni nordiche europee, territori estremi e scarsamente abitati, dove l’orizzonte inghiotte ogni aspettativa identitaria. Qui la figura umana appare fragile, periferica, sul punto di scomparire, assorbita da spazi geografici che si collocano al limite dell’ospitalità. Per Holliday, il paesaggio non è mai uno sfondo neutro, ma un elemento essenziale dell’esperienza umana, un luogo in cui il significato si costruisce e si ricostruisce continuamente. Da questa consapevolezza nasce l’urgenza di restare responsabili dello spazio in cui l’immagine prende forma, riconoscendo che anche il vuoto apparente è colmato dallo sguardo e dalle mitologie che ciascuno porta con sé. In queste fotografie il ritratto smette così di essere riconoscimento per diventare esperienza e interrogazione: un modo per mettere in discussione il rapporto tra individuo e ambiente, tra presenza e sparizione, lasciando aperto il senso di ciò che vediamo, disponibile a essere continuamente rivisto.













Progetti di
Natela Grigalashvili, Francesco Giusti, Peter Holliday
A cura di
Steve Bisson
Opening
Venerdì 13 febbraio, ore 21:00
Orari
Domenica 16:30–19:30
Chiuso il 5 aprile (Pasqua)
Il 13 febbraio 2026, alle ore 21, presso Lab27, Treviso, inaugura la mostra "Non c’è due senza tre", nata da un’indagine sul ritratto e, più in generale, sulla rappresentazione figurativa come pretesto per raccontare i luoghi. Fin dal titolo si introduce un attenzione all’immagine intesa come dispositivo di relazione: tra individuo e spazio, tra corpo e territorio, tra memoria e presente. Questa consapevolezza affonda le proprie radici nella storia delle arti visive occidentali, dove la figurazione ha introdotto un modo nuovo di rappresentare il mondo: più realistico, più corporeo, più emotivo e legato all’esperienza dello spettatore, di chi guarda. Nei lavori esposti di Natela Grigalashvili, Francesco Giusti e Peter Holliday, il luogo non è mai un semplice sfondo, ma prende forma attraverso ciò che il volto, il gesto, la postura, il ricordo e persino l’assenza evocano.

Natela Grigalashvili

Natela Grigalashvili
Nelle fotografie di Natela Grigalashvili, tratte dalle serie "Book of My Mother" e "Village of the Mice", il territorio montano della Georgia emerge attraverso scene di vita quotidiana e familiari, osservate con uno sguardo intimo e partecipe. Tagveti — conosciuto come Village of the Mice — è il villaggio in cui l’autrice è cresciuta e che ha lasciato all’età di sedici anni per studiare a Tsiblisi. Nonostante viva in città da oltre trent’anni, Grigalashvili ha continuato da allora a tornare fotograficamente su quei luoghi per restituirci un mondo fatto di gesti semplici, relazioni profonde e spazi abitati con naturalezza, dove il paesaggio non è mai separato dalle persone che lo vivono. Il lavoro di Grigalashvili intreccia affetto, testimonianza e consapevolezza storica, restituendo la fragilità della comunità di appartenenza. In questo modo, il ritratto si fa atto di cura e di conservazione, trattenendo ciò che il tempo e le trasformazioni rischiano di cancellare. Compreso quello con la madre, Keto, fatto di una distanza non solo geografica. "Mi ci sono voluti anni per superare l’offesa e accettare la realtà. Anni per capire che, sotto molti aspetti, ci somigliamo. So che ora, dopo così tanto tempo, anche mia madre pensa che io sia una figlia indifferente. E non riesco a dirle quanto l’ho sempre amata, quanto ho sempre desiderato che fosse felice e quanto avrei voluto sentire di essere qualcuno che lei amava."

Francesco Giusti

Francesco Giusti
Nel lavoro tutt’ora in corso di Francesco Giusti, raccolto nel progetto "Grand Rue", il ritratto è il mezzo per avvicinare Port-au-Prince, seguendo il tracciato della grande arteria che corre lungo il porto e attraversa l’intera città. La Grand Rue è il centro commerciale ed economico della capitale haitiana, il suo cuore pulsante, dove la vita si manifesta senza interruzioni dall’alba fino a notte fonda. Attraverso i volti, i corpi e le presenze che incontra lungo questa strada, Giusti costruisce un racconto in cui il luogo emerge come esperienza vissuta, fatta di lotta quotidiana, relazioni, resistenza e dignità. Realizzato nel corso di diversi viaggi tra il 2004 e il 2005, durante il bicentenario dell’indipendenza di Haiti segnato da violenze diffuse, e tra il 2010 e il 2011, durante e dopo il devastante terremoto, Grand Rue è una strada in cui si intrecciano l’umano e l’urbano, ma anche il teatro di una lotta che ha radici nelle ombre di un lungo passato di sfruttamento coloniale — ancora riconoscibile nella toponomastica dei quartieri Bel Air, Champ de Mars, Cité l’Eternelle, Cité Soleil — e dell’intervento imperialista statunitense, che ha lasciato sul campo cronica instabilità politica, fragilità economiche e divisioni sociali. I volti di Giusti sono immersi in tale contesto e, eppure, in essi è visibile la forza, la resilienza e la grazia del popolo haitiano.

Peter Holliday
In Peter Holliday, il ritratto si dissolve progressivamente fino a farsi traccia nel paesaggio. Le immagini in mostra provengono da una serie di lavori realizzati negli ultimi anni in diverse regioni nordiche europee, territori estremi e scarsamente abitati, dove l’orizzonte inghiotte ogni aspettativa identitaria. Qui la figura umana appare fragile, periferica, sul punto di scomparire, assorbita da spazi geografici che si collocano al limite dell’ospitalità. Per Holliday, il paesaggio non è mai uno sfondo neutro, ma un elemento essenziale dell’esperienza umana, un luogo in cui il significato si costruisce e si ricostruisce continuamente. Da questa consapevolezza nasce l’urgenza di restare responsabili dello spazio in cui l’immagine prende forma, riconoscendo che anche il vuoto apparente è colmato dallo sguardo e dalle mitologie che ciascuno porta con sé. In queste fotografie il ritratto smette così di essere riconoscimento per diventare esperienza e interrogazione: un modo per mettere in discussione il rapporto tra individuo e ambiente, tra presenza e sparizione, lasciando aperto il senso di ciò che vediamo, disponibile a essere continuamente rivisto.











