
Fotografie di
Gabrielle Duplantier, Andrea Buzzichelli e Hanne Van Aasche
A cura di
Steve Bisson
Orari
Domenica 16:30–19:30
Lab27, riapre l’attività espositiva sempre tesa ad approfondire le questioni ambientali e sociali nel contemporaneo, il 10 febbraio alle ore 21.00 con l’inaugurazione di “Se il suolo potesse parlare” con fotografie di Gabrielle Duplantier, Andrea Buzzichelli e Hanne Van Aasche. La mostra prova a capovolgere fin dal titolo la visione antropocentrica imperante nella società, dando voce alla terra, per far fiorire una narrazione diversa, forse terapeutica rispetto ai mali del mondo. Come parabole dalla terraferma che invitano l’osservatore a leggere la propria di storia per similitudine, ricercando un punto di incontro fra immagine e realtà.

Andrea Buzzichelli

Andrea Buzzichelli

Andrea Buzzichelli
Un capovolgimento di percezione come quello inscenato da Andrea Buzzichelli nel “Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi” attraverso il riciclo dell’immaginario “inconscio” prodotto dalle fototrappole della Guardia Forestale. Egli ci svela il carattere intrusivo dell’occhio umano in un’avvincente visione notturna che parla dell’uomo come un voyeur, un guardone, che confina la natura in riserve e così facendo nega la propria. La serie “Inhabitants” restituisce invece il primato di abitanti ad animali e alberi e questiona la scienza come frontiera infinita che attraverso la tecnica si avvale del diritto di indagare ed esplorare il cosmo con qualsiasi mezzo e fine. Un omaggio al lavoro di George Shiras III, pioniere della fotografia naturalistica.

Hanne Van Assche

Hanne Van Assche
Il lamento della terra ci porta quindi nell’estremo oriente della Siberia, nella regione remota della Yakutia, conosciuta come il tesoro della Russia per la ricchezza di risorse naturali. Secondo un’antica leggenda siberiana, Dio versò un sacco di tesori su questa parte del paese. Uno spesso strato di permafrost pare ricoprire grandi riserve di carbone, gas, oro e diamanti. Qui nella gelida morsa dell’inverno senza fine si trova la piccola città mineraria chiamata Udachny che prende il nome dal vicino “cratere fortunato”, una voragine di oltre 600 metri, la più grande al mondo per l’estrazione di diamanti, e che dà lavoro e speranza alla popolazione locale. Tutto attorno è un paradiso ghiacciato di fitta taiga e immense zone di tundra: robusti pini, fiumi impetuosi e imponenti montagne. Poche persone scelgono di vivere qui, la fotografa belga Hanne Van Assche ha provato a dare loro un volto.

Gabrielle Duplantier

Gabrielle Duplantier

Gabrielle Duplantier
Le “terre basse” di Gabrielle Duplantier: una ballata incidentale su paesaggi contro i quali si gettano pugni di vento, e figure drammatiche scolpite dal tempo. Potente e delicato assieme il lavoro della francese nutre contrasti in piena naturalità. Luce e oscurità, gioventù e vecchiaia, grazia e brutalità, speranza e morte; il tutto affiora sulle note d’incertezza dell’esistenza. L’inatteso, il serendipico, la fotografia come sguardo sull’imprevedibile. Duplantier semina consapevole che quanto appartiene alla terra ci ritorna. Poiché essa è lo sfondo immutabile del destino. Sta a noi riconoscerla nell’altro, nella relazione, senza imporre alcunché in maniera ostile.











Fotografie di
Gabrielle Duplantier, Andrea Buzzichelli e Hanne Van Aasche
A cura di
Steve Bisson
Orari
Domenica 16:30–19:30
Lab27, riapre l’attività espositiva sempre tesa ad approfondire le questioni ambientali e sociali nel contemporaneo, il 10 febbraio alle ore 21.00 con l’inaugurazione di “Se il suolo potesse parlare” con fotografie di Gabrielle Duplantier, Andrea Buzzichelli e Hanne Van Aasche. La mostra prova a capovolgere fin dal titolo la visione antropocentrica imperante nella società, dando voce alla terra, per far fiorire una narrazione diversa, forse terapeutica rispetto ai mali del mondo. Come parabole dalla terraferma che invitano l’osservatore a leggere la propria di storia per similitudine, ricercando un punto di incontro fra immagine e realtà.

Andrea Buzzichelli

Andrea Buzzichelli

Andrea Buzzichelli
Un capovolgimento di percezione come quello inscenato da Andrea Buzzichelli nel “Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi” attraverso il riciclo dell’immaginario “inconscio” prodotto dalle fototrappole della Guardia Forestale. Egli ci svela il carattere intrusivo dell’occhio umano in un’avvincente visione notturna che parla dell’uomo come un voyeur, un guardone, che confina la natura in riserve e così facendo nega la propria. La serie “Inhabitants” restituisce invece il primato di abitanti ad animali e alberi e questiona la scienza come frontiera infinita che attraverso la tecnica si avvale del diritto di indagare ed esplorare il cosmo con qualsiasi mezzo e fine. Un omaggio al lavoro di George Shiras III, pioniere della fotografia naturalistica.

Hanne Van Assche

Hanne Van Assche
Il lamento della terra ci porta quindi nell’estremo oriente della Siberia, nella regione remota della Yakutia, conosciuta come il tesoro della Russia per la ricchezza di risorse naturali. Secondo un’antica leggenda siberiana, Dio versò un sacco di tesori su questa parte del paese. Uno spesso strato di permafrost pare ricoprire grandi riserve di carbone, gas, oro e diamanti. Qui nella gelida morsa dell’inverno senza fine si trova la piccola città mineraria chiamata Udachny che prende il nome dal vicino “cratere fortunato”, una voragine di oltre 600 metri, la più grande al mondo per l’estrazione di diamanti, e che dà lavoro e speranza alla popolazione locale. Tutto attorno è un paradiso ghiacciato di fitta taiga e immense zone di tundra: robusti pini, fiumi impetuosi e imponenti montagne. Poche persone scelgono di vivere qui, la fotografa belga Hanne Van Assche ha provato a dare loro un volto.

Gabrielle Duplantier

Gabrielle Duplantier

Gabrielle Duplantier
Le “terre basse” di Gabrielle Duplantier: una ballata incidentale su paesaggi contro i quali si gettano pugni di vento, e figure drammatiche scolpite dal tempo. Potente e delicato assieme il lavoro della francese nutre contrasti in piena naturalità. Luce e oscurità, gioventù e vecchiaia, grazia e brutalità, speranza e morte; il tutto affiora sulle note d’incertezza dell’esistenza. L’inatteso, il serendipico, la fotografia come sguardo sull’imprevedibile. Duplantier semina consapevole che quanto appartiene alla terra ci ritorna. Poiché essa è lo sfondo immutabile del destino. Sta a noi riconoscerla nell’altro, nella relazione, senza imporre alcunché in maniera ostile.









